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La nuova Via della Seta

One belt, one road initiative. È questo il nome del progetto che identifica la nuova via della seta. Nuova perché alle antiche strade via terra si affiancano le rotte marittime del XXI secolo. Si apre dunque la strada al processo di globalizzazione dell’Asia, con porti e stazioni commerciali nel Vecchio Continente

Sulla rotta di Marco Polo. Con l’iniziativa one belt one road, la Cina rafforzerà i collegamenti via terra e via mare con l’Europa, per sviluppare ulteriormente le attività di import ed export nel Vecchio Continente. Ma la nuova via della seta ha già iniziato a incidere sul futuro dell’economia globale e l’Italia non resta a guardare.

Rafforzare i collegamenti interni

L’iniziativa, one belt one road, punta alla creazione di una nuova via della seta, dove alla antica strada via terra, che sarà rafforzata ulteriormente, si affianca il commercio navale, con l’acquisizione di nuovi porti nell’area dell’Est Europa e del Mediterraneo. Come raccontato in occasionedel Workshop organizzato da Marco Bonaglia di Viveliquido.it, con il patrocinio della Eu-China Culture Committee, l’Istituto Italo Cinese, e le Associazioni ANGI e Il Secolo Urbano (e il sostegno di Gamos Group e la Collina dei ciliegi) il 10 luglio presso la Sala Conferenze dell’Ufficio d’informazione a Milano del Parlamento Europeo, “Cina-UE: quale futuro per le relazioni sino-europee?”, il progetto strategico parte dunque dello sviluppo interno dell’Asia: un piano organico per i collegamentivia terra, che prevede lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica in Cina, ossia treni e strade. L’obiettivo è favorire l’apertura di più sbocchi commerciali alle produzioni interne cinesi, mettendo in piedi quella “cintura” annunciata pubblicamente dal presidente cinese Xi Jinping a settembre del 2013.

... e aprirsi alle rotte marittime

A distanza di un mese, il presidente cinese ha posto il secondo tassello di questa strategia: ovvero rivedere anche le rotte commerciali marittime. «La nuova via della setapunta a uno sviluppo condiviso tra UE e Cina – sottolinea Filippo Fasulo, Coordinatore scientifico CeSIF, Fondazione Italia Cina – ma si fonda sullo sviluppo dell’economia interna cinese. La Cina infatti sta puntando su una produzione di migliore qualità, sospinta da maggiori consumi e servizi: le aziende sono state ristrutturate e si è avviata una stagione di delocalizzazione all’estero molto profonda. Lo dimostrano gli investimenti cinesi in territori stranieri, che hanno maggiore peso rispetto agli investimenti esteri sul territorio asiatico. E l’Italia è uno dei Paesi naturalmente coinvolti nel progetto one belt one road, in una ottica di cooperazione win-win».

L’Italia investe nella via della seta

Come? Attraverso la partecipazione a due leve finanziarie create dalla Cina per questo progetto. La prima è la costituzione della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (AIIB), che conta su un capitale da 100 miliardi, in mano alla stessa Cina (grazie a un impegno poco al di sotto dei 30 miliardi) ma finanziata per il 2% anche dall’Italia, tra i primi Paesi ad aderire; la seconda è un fondo da 40 miliardi, Silk Road Fund, dove compare una quota del 5% di Autostrade per l’Italia.

Il punto della situazione

Oggi si contano circa 39 linee che collegano ben 15 città europee con 20 città cinesi. Ma è il mare il protagonista assoluto di questo progetto. Il motivo è naturalmente economico: l’invio di merci via nave o container è meno dispendioso rispetto al commercio via terra. E la Cina non ha perso tempo, acquisendo il porto del Pireo, in Grecia. Ora in mano alla asiatica Cosco (con il 51%) questo porto è in grado di movimentare 3 milionidi container. La privatizzazione del trasporto pubblico sta inoltre avvicinando le compagnie portuali cinesi ad altre aree portuali in Belgio, Portogallo, Lettonia, Lituania e anche in Italia: insomma i Paesi dell’est e quelli che si affacciano al Mediterraneo sono i più interessanti per il progetto one belt, one road. Ma attenzione, perché come sottolinea Claudia Rotondi, Docente di economia dello sviluppo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, due terzi del traffico di container passa già da porti di proprietà cinese o partecipate cinesi.

Ritornare in poppa

La crescita economica della Cina ha quindi un forte impatto sul Mediterraneo. L’Italia a lungo non ha investito con attenzione nel commercio marittimo, tanto che solo il 3% del PIL proviene dal trasporto navale, ma il Governo si sta impegnando per valorizzare le rotte commerciali proprio all’insegna della nuova via della seta. L’opportunità è per il made in Italy: nelle rotte verso la Cina il commercio dei prodotti agroalimentari è infatti cresciuto del 12% nei primi mesi del 2017 e l’export, in generale, ha visto una impennata del 33,7%.

L’Europa si apre, l’America chiude

Il futuro dell’economia globale si gioca quindi lungo la via della seta? Di sicuro, grazie a questi sbocchi portuali, la Cina potrebbe raggiungere 500 milioni di potenziali consumatori in Europa. E se da un lato la crisi finanziaria ha dato ulteriore spinta all’ingresso dei capitali asiatici nel Vecchio Continente (335 milioni di euro, +77% a fine 2016), tra cui l’Italia, dall’altro l’atteggiamento di chiusura da parte degli Stati Uniti, con lo stop al Tpp, l’accordo di libero scambio trans-Pacifico con 11 paesi che si affacciano sull’Oceano, ha sicuramente spostato i vecchi equilibri commerciali. Oggi, l’Europa è il primo partner commerciale della Cina, mentre per l’Italia il Dragone è il secondo partner. Qualche numero: il peso della Cina sulle importazioni UE è cresciuto del 4% nell’ultimo anno, per una quota del 20,3%, insieme alle esportazioni (+5,7% annuo di crescita), pari al 9%. I numeri non mancano, bisogna però aspettare che governi e aziende mettano in campo progetti concreti per approfittare dell’opportunità offerta dalla nuova via della seta.

Italia. Cosa piace alla Cina

Giulio Saitta, Senior Relationship Manager Italy di China Construction Bank, chiarisce quali siano i settori del made in Italy a cui le banche cinesi guardano con interesse: le tecnologie, in particolare applicate alla manifattura e al farmaceutico, la logistica e i trasporti, oltre alle due grandi F (food e fashion).

La contraffazione lungo la via della seta

Il Made in China si conferma protagonista del falso. Il Dragone, insieme a molti altri Paesi asiatici, è tra i maggiori produttori di merci contraffatte: da lì i prodotti arrivano in Occidente per essere spesso venduti online. Un recente studio dell’EUIPO (l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale) e l’OCSE ricostruisce una mappa del mercato internazionale della contraffazione. Hong Kong e Singapore sono i centri della produzione di prodotti fasulli. Ma nella classifica dei Paesi con più contraffattori ci sono anche India, Thailandia, Malesia, Pakistan, Vietnam e la Turchia, dove le contraffazioni sono numerose nei settori della pelletteria, degli alimenti e dei cosmetici. Sono i comparti più colpiti dalle contraffazioni, insieme al settore farmaceutico, quello dell’abbigliamento, delle calzature e della gioielleria. Non è immune neanche l’elettronica, ad esempio per quanto riguarda apparecchiature, dispositivi mobili e macchine fotografiche. Esteso poi anche il traffico di giocattoli e attrezzature sportive non originali.

Le tappe dei prodotti contraffatti

Dalla Cina la merce contraffatta non arriva subito in Occidente. I prodotti che giungono in Europa fanno tappa prima in Albania, Egitto, Marocco e Ucraina. Quelli in rotta verso gli Stati Uniti passano prima da Panama. Gli articoli falsi diretti in Africa transitano invece dal Medio Oriente: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Yemen le località più gettonate. Inoltre, è il mare il luogo preferito dai trafficanti, soprattutto per gli articoli più grandi. Quelli di piccole dimensioni viaggiano anche via corrieri o tramite posta ordinaria. Una volta giunti alla meta, la distribuzione spetta a criminali locali che importano le merce contraffatta e si attivano per la vendita, per prima online dove ovviamente è più facile trarre in inganno i consumatori.

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