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Circular Economy. A che punto siamo?

L’economia circolare si fa strada in Italia. Anche se a rilento rispetto agli altri Paesi europei. Sul fronte della normativa le sfide non sono poche, così come dal punto di vista tecnico e industriale. Serve poi dare una spinta al ruolo dei consumatori.

Cos’è la circular economy

Sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo, la circular economy comprende un mix di pratiche per la rivalorizzazione dei prodotti di scarto, dei rifiuti e di tecnologie a fine vita. Non si tratta della semplice raccolta differenziata, ma di un vero e proprio modello finanziario, che la Ellen MacArthur Foundation, principale protagonista in questo mondo, ha da sempre rappresentato come una serie di frecce che si inseguono in un cerchio, appunto.

I passi avanti dell’economia circolare

Un modello economico che ha preso piede anche in Italia e a cui il convegno “Circoli virtuosi, come la circolarità salverà l'economia”, organizzato a Milano nell’ambito del festival Ri-Generazioni di AltroConsumo, ha dedicato uno spazio ad hoc. Secondo il Green Economy Observatory dell’Università Bocconi, l’Italia ha fatto passi da gigante rispetto agli anni precedenti: le ultime normative hanno spinto l’industria verso schemi più precisi per la raccolta differenziata. Inoltre il mercato delle “materie prime seconde” (materiali che derivano dal riciclo) è in crescita e i prodotti manifatturieri sono ora pensati per una durabilità maggiore, contro gli sprechi (es: lotta all’obsolescenza programmata). Un meccanismo che, secondo la Bocconi, ha già dato i suoi risultati, portando crescita economica e nuovi posti di lavoro.

Lontani dal “cerchio ideale”

Ora serve però premere sull’acceleratore. L’obiettivo è raggiungere il modello ideale del cerchio, come raffigurato dalla Ellen MacArthur Foundation. Ma rispetto a quella meta siamo ancora lontani, precisa l’Osservatorio: consumiamo ancora troppo e produciamo ancora troppi rifiuti. In Italia infatti si distingue su questo fronte solo la Lombardia. Come spiegato da Raffaele Cattaneo, Assessore all’Ambiente e Clima di Regione Lombardia, le imprese green lombarde sono in continua crescita: rispetto all’anno scorso parliamo di un +64%, di cui 3 su 10 sono startup innovative.

Servono più regole e informazione

Per fare ancora meglio servirebbe lavorare maggiormente sulla normativa e sulla comunicazione rivolta ad aziende e consumatori, ha continuato Cattaneo. Leggi e incentivi pubblici sono uno strumento importante per favorire il mercato, così come è urgente che la magistratura inizi a punire in modo più severo i reati ambientali. Dal punto di vista dell’informazione tecnico-scientifica poi si può fare molto: spesso ad esempio un’azienda è restia all’utilizzo di materiali riciclati perché non ne conosce l’affidabilità (o perché il Regolatore non li certifica come affidabili). Il tutto quindi verso la cosiddetta “simbiosi industriale”, dove cioè un materiale che un'impresa scarta può diventare una “materia prima seconda” per un'altra.

Fuori dalla “nicchia”, ma …

Per fortuna, come ha commentato Simona Faccioli, Direttrice di REMade In Italy, associazione impegnata dal 2009 nel settore dell’economia circolare, oggi almeno siamo usciti dalla “nicchia”. La circular economy non è più vista come un movimento di pochi, al contrario è quasi “di moda” e sono diverse le aziende che dichiaratamente rendono note le proprie iniziative legate al riciclo e alla rigenerazione. Si deve lavorare però affinché la sostenibilità non sia solo una moda, ma diventi un’opportunità di guadagno, un modo di fare business. Del resto i risparmi sarebbero notevoli: molti prodotti riciclati ad esempio non sono più visti come materiali di serie B ma offrono performance migliori a un prezzo più basso.

… distanti da una “economia” vera e propria

In questo senso si deve pertanto correre per formare i consumatori. Oggi sicuramente più consapevoli (complici le varie campagne marketing sui prodotti bio, sui vantaggi della carta riciclata e sulla lotta alla plastica nel mare). Ma ancora scettici nei confronti dell’affidabilità di alcuni prodotti rigenerati, soprattutto se si tratta del comparto alimentare o edilizio. Un esempio presentato al convegno: la CocaCola prodotta con anidride carbonica ricavata dai rifiuti. Un’ottima soluzione per ridurre costi, sprechi ed emissioni ma di sicuro un progetto irrealizzabile dal punto di vista del marketing e della “serietà” del brand. Voi la berreste?

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